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11 set 2026 Notizie

Agricoltura Ue, si allarga la forbice tra prezzi e costi. Santoianni: «Indispensabile governare le crisi di reddito»

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Prezzi riconosciuti agli agricoltori in discesa e costi di produzione nuovamente in aumento. È la forbice che, nel secondo trimestre del 2026, ha ridotto ulteriormente i margini delle aziende agricole europee, già esposte alla volatilità dei mercati, agli effetti degli eventi climatici estremi e alle tensioni internazionali.

Secondo i dati pubblicati da Eurostat, tra aprile e giugno i prezzi medi della produzione agricola nell’Unione europea sono diminuiti del 5,8% rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta della terza contrazione trimestrale consecutiva. Nello stesso arco temporale, i prezzi dei beni e dei servizi impiegati nella produzione agricola e non connessi agli investimenti sono aumentati del 4,7%, interrompendo la fase di relativa stabilità osservata durante il 2025 e nei primi mesi del 2026.

A incidere maggiormente sono stati l’aumento del 22% del costo dell’energia e dei lubrificanti e quello del 13,4% dei fertilizzanti e degli ammendanti. Due componenti essenziali per la gestione delle coltivazioni, degli allevamenti, delle lavorazioni e dei trasporti aziendali. Il loro andamento rischia di trasferirsi sull’intero ciclo produttivo, aumentando il fabbisogno finanziario delle imprese e comprimendone la capacità di programmare gli investimenti.

La riduzione dei prezzi all’origine ha interessato venti Stati membri. Le contrazioni più ampie sono state registrate in Danimarca, con un calo del 17,2%, e in Irlanda, dove la flessione ha raggiunto il 16,2%. Seguono Lettonia ed Estonia, entrambe a meno 14,5%, e Lussemburgo e Lituania, con un arretramento del 14,2%. Soltanto pochi Paesi hanno mantenuto una dinamica positiva: Croazia e Malta hanno segnato un incremento del 3,9%, mentre Cipro si è attestata al 3,5%.

Particolarmente esposti risultano alcuni comparti centrali dell’agricoltura europea. Il prezzo medio del latte è diminuito del 16,6% rispetto al secondo trimestre del 2025, mentre quello dei cereali ha ceduto il 5,6%. Sul fronte dei costi, invece, gli aumenti hanno interessato tutti gli Stati membri, con punte del 16,4% in Lituania, dell’11,7% in Romania e del 9,7% in Lettonia.

I dati delineano una crisi dei margini più che una semplice oscillazione congiunturale. Alla diminuzione delle quotazioni agricole non corrisponde infatti una riduzione dei costi sostenuti dalle imprese. Per affrontare questa asimmetria, le indicazioni elaborate in ambito europeo e accademico convergono sulla necessità di combinare sostegni temporanei e selettivi con strumenti strutturali: monitoraggio trasparente dei costi e dei margini lungo la filiera, rafforzamento delle organizzazioni dei produttori, contratti con formule di revisione legate agli input, strumenti assicurativi e fondi mutualistici per la stabilizzazione del reddito, garanzie creditizie e investimenti nell’autoproduzione energetica e nell’efficienza nell’impiego dei fertilizzanti.

IL COMMENTO DEL PRESIDENTE GIUSEPPINO SANTOIANNI

«I dati di Eurostat segnalano un problema strutturale: gli agricoltori acquistano i fattori produttivi su mercati internazionali fortemente concentrati e volatili, ma vendono spesso all’interno di filiere nelle quali dispongono di un potere contrattuale insufficiente. Il risultato è un trasferimento asimmetrico degli shock: gli aumenti dell’energia e dei fertilizzanti entrano rapidamente nei bilanci aziendali, mentre il loro recupero attraverso i prezzi all’origine è più lento, incompleto o del tutto assente», afferma Giuseppino Santoianni, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Coltivatori.

«Per questo non basta compensare episodicamente i rincari. Occorre una politica europea in grado di agire massicciamente sulla stabilizzazione del margine agricolo», osserva Santoianni. «Abbiamo bisogno di dati trimestrali tempestivi, distinti per comparto e territorio, che consentano di attivare automaticamente garanzie sul credito, fondi mutualistici e sostegni temporanei quando il margine scende oltre determinate soglie. Nella futura PAC, inoltre, una parte degli aiuti dovrebbe essere maggiormente collegata alla vulnerabilità economica delle aziende e protetta dall’erosione inflazionistica, anziché dipendere prevalentemente dalla superficie».

«L’altra priorità riguarda gli interventi strutturali necessari a ridurre l’esposizione delle imprese alla volatilità internazionale: autoproduzione energetica, efficientamento, fertilizzazione di precisione e recupero dei nutrienti. Con margini ridotti all’osso, la transizione non può essere anticipata finanziariamente dagli agricoltori: servono contributi in conto capitale, garanzie pubbliche e contratti di filiera pluriennali con meccanismi trasparenti di adeguamento ai costi. La tutela del reddito non può attivarsi soltanto quando la crisi è già entrata nei bilanci delle aziende: laddove è possible occorre riconoscere per tempo gli squilibri e intervenire prima che compromettano liquidità, investimenti e capacità produttiva delle imprese».

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